Abbas: Jakarta,1989

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Un corpo dilaniato da forze estreme, inconciliabili. Un corpo che da un lato guarda al futuro, senza per questo dimenticare il cuore, la tradizione, le sacre scritture, e dall'altro invece si rifugia in un passato glorioso, potente perché è li, solo lì, che il cuore può tornare a battere libero. Di più, fiero.

Un corpo, l'islam, destinato quindi a soffrire, così lacerato, e a far soffrire molti dei suoi fedeli. Questa la conclusione cui sembra giungere. Abbas, fotografo che ha vissuto in prima persona, in Iran, negli anni '70, la trasformazione di una rivoluzione civile e laica per la conquista della propria indipendenza in una rivoluzione religiosa intollerante e repressiva; la rivoluzione islamica.

Partendo da quest'esperienza autobiografica, che lo porterà ad esiliarsi a Parigi, Abbas si dedica per 7 anni all'esplorazione del mondo islamico militante: dalla Francia a Sarajevo, dall'Iran alla Cina, passando per l'Egitto, Algeria, Afghanistan, Pakistan, Marocco, Senegal, Kuwait, Palestina, Malesia e Indonesia.

Nel diario che accompagna le immagini, Abbas scrive: L'Islam mi ha sempre fatto venire in mente i toni grigi polverosi degli altipiani, l'ocra delle dune di sabbia e delle steppe, rinfrescato dal verde improvviso delle oasi. In Indonesia, ho scoperto una religione dell'acqua, delle foreste e delle palme di cocco, interrotta dalla gentile geometria delle risaie. L'islam qui si è innestato con l'antico Buddismo, l'Hindu e le tradizioni pagane".

Radici lunghe, avvolgenti. Soprattutto per le donne. Chiede Abbas ad una ragazza che indossa lo jilbab bianco, versione locale dello hijab, se non fa caldo sotto quel velo sintetico.

Per lei risponde un uomo: "Mai come tra le fiamme dell'inferno". Allah o Akbar, Allah è grande.

Fotografia: Abbas - Magnum Photos Studenti dell'Al Azhar College durante la preghiera del venerdì. Jakarta, 1989


Abbas: Children of Abraham