Intervista: Niko Giovanni Coniglio

Ciao ragazzi!

Tornano le nostre interviste ed oggi il protagonista della settimana è Niko Giovanni Coniglio, fotografo nato a Poggibonsi il 26 ottobre 1987.

Laureato in Scienze della Comunicazione nel 2009, Niko è un fotografo ritrattista e dimostra in ogni frame che cattura onestà, virtù, vulnerabilità e transizione; Niko non lascia spazio all’evasione.

“Daniela, Portrait of my Mother” è il progetto che ci ha permesso di conoscere il suo interessante punto di vista: una serie che sfata il mito, mixando sensualità e famiglia.

Con una potenza incredibile, Niko affronta la sensibilità di una donna coraggiosa, sua madre, che si trova ad affrontare decisioni inumanamente difficili.

“Le difficoltà che ho riscontrato con mia madre erano in prevalenza di tipo emotivo e relazionale. Ricordi, incomprensioni, parole non dette e timori creano intralci. Voglio dire, si tratta di relazioni umane e le relazioni umane sono per natura complicate. Scattare foto è relativamente semplice, le relazioni umane sono difficili”.

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Come ti sei avvicinato al mondo della fotografia?

Purtroppo non ho una storia molto interessante a riguardo. Intendo dire che non sono circondato dalla fotografia fin da quando ero piccolo e non ho nessun familiare che ami la fotografia in modo particolare. Vengo da una famiglia che ha vissuto la transizione dalla campagna alla città. I miei nonni erano contadini prestati poi all'industria e io sono cresciuto con loro. A quei tempi si pensava a campare con le risorse che uno aveva e la fotografia non appariva il mezzo più adatto. In ogni caso non c'era un background socio-culturale che lo permettesse. Mio padre era camionista, mia madre ha sempre cambiato lavoro cercando di mantenere da sola due figli, con il risultato che io e mio fratello siamo cresciuti per strada. Pensavamo a volerci bene a quei tempi, se scattavamo una foto era solo per ricordo. Poi sono iniziate le difficoltà. Comunque, della mia storia ne ho parlato ampiamente in varie occasioni, quindi sorvolo. Tornando alla domanda, il mio approccio alla fotografia è stato abbastanza casuale. Stavo frequentando l'ultimo anno di scienze della comunicazione, era il 2009. Tutti i miei amici avevano una reflex. Questa cosa ha suscitato in me curiosità e decisi di comprarne una anche io. Una volta laureato dovevo scegliere quale indirizzo prendere per il biennio specialistico. La mia idea era di andare a Milano per fare il musicista ed iscrivermi a una scuola piuttosto prestigiosa per proseguire il mio percorso come musicista. Decisi di iscrivermi al biennio specialistico di fotografia presso l'Accademia di Belle Arti di Brera, giusto per avere un foglio di carta in mano (oggi come oggi sembra che sia l'obiettivo ultimo del percorso di studi, piuttosto che imparare davvero qualcosa). Da lì ho scoperto che la fotografia mi permetteva di esprimermi in un modo che nessun altro mezzo mi consentiva di fare.

Che ruolo ha la fotografia nella tua vita?

La fotografia è il mio lavoro. Sotto questo aspetto c'è da dire che, come tutti i lavori, entrano in gioco responsabilità, scadenze, stress e scelte. Però non posso lamentarmi, ho avuto la fortuna di essere stato sempre piuttosto libero nelle scelte che ho fatto. Per quanto riguarda il mio lavoro personale, sono completamente libero di esprimermi come meglio credo. Ogni volta che rifletto su una tematica particolare o c'è qualcosa che mi colpisce nel profondo, cerco di renderlo attraverso le immagini. Questo processo è molto faticoso. Non sono una persona che scatta fotografie tutti i giorni e, spesso, per elaborare un concetto ed arrivare a un prodotto, passa molto tempo.

Qual è la parte più bella del tuo mestiere?

La parte più bella del mio lavoro credo sia la libertà espressiva (perlomento quando si tratta di progetti personali). Spesso si può cadere nell'errore di produrre qualcosa per attirare l'attenzione della gente o il loro consenso (le classiche foto fatte per ottenere followers o l'attenzione di un particolare cliente). In questo modo è molto raro produrre qualcosa di genuino, creativo o che sovverta i canoni. Non si produce un lavoro creativo se non siamo disposti a mettere in discussione il modo di pensare comune e soprattutto noi stessi e le proprie convinzioni. Mi piace molto provocare, scherzare su tematiche molto serie o prendere seriamente argomenti frivoli. Generalmente non scatto se qualcosa non mi tocca nel profondo, non mi fa dormire la notte o non mi fa divertire.

Qual è la tua formazione in campo fotografico?

Come ho già detto, mi sono laureato in Scienze della Comunicazione ed ho conseguito una laurea specialistica in fotografia presso l'Accademia di Belle Arti di Brera. Per il resto sono autodidatta. Raramente ho ricoperto il ruolo di assistente. Ho imparato scattando e guardando il lavoro dei grandi fotografi, i loro backstage.

Cosa puoi dirci per quanto riguarda l'editing digitale?

A me non interessa particolarmente se un'immagine è post-prodotta digitalmente o meno, purché funzioni e sia forte. Detto questo, il discorso cambia in ambito giornalistico. Il ruolo del fotografo in questo caso è molto importante e delicato. Questo non è il contesto per affrontare una tematica vasta come questa (e se devo essere sincero, non ho nemmeno le competenze per farlo), ma credo che il lavoro che è stato fatto negli ultimi anni per dare credibilità alla fotografia digitale in ambito giornalistico sia molto importante e vada supportato. Potete leggere Fred Ritchin, Alessia Glaviano e seguire il World Press Photo.

Chi scatta migliaia di fotografie ogni settimana si pone il problema che una sua foto resti nel tempo?

Non importa quante foto scatti. Se un'immagine è forte e trova il giusto canale di divulgazione, rimarrà negli anni. E comunque c'è anche un problema di abbondanza di informazione, per cui, anche se un'immagine è potente, c'è la possibilità che si perda.

Hai un codice etico? O sei d'accordo con Bruce Gilden quando dice "Io non ho etica".

Ci sono valori in cui credo.

Come nasce un'idea e come capisci di aver trovato il giusto tema da sviluppare?

In parte ho già risposto. In generale se qualcosa mi colpisce profondamente e non mi fa dormire, vuol dire che quella cosa per me è importante e vale la pena di investire su quella tematica. Poi c'è da vedere se e come sono in grado di elaborarla.

Quanto è importante lavorare ad un progetto?
Pensi che una singola immagine possa avere impatto?

È fondamentale. E fondamentale è esprimere un'opinione, schierarsi, provocare, criticare ciò che non si ritiene giusto, supportare le idee in cui crediamo. È ciò che alimenta il confronto. Altrimenti diventiamo apatici e insensibili a ciò che ci circonda, che più o meno è ciò che la società vuole da noi quando ci propone stupidi programmi televisivi, privi di contenuto o argomenti di dibattito importanti. C'è un assopimento delle coscienze collettivo preoccupante e una mancanza diffusa di interessi e passioni, soprattutto tra i giovani. Certo che una singola immagine può avere un impatto importante.

Come hai iniziato a fotografare tua madre?

Ho iniziato a fotografare mia madre per imparare a utilizzare la macchina fotografica. Poi durante il periodo dell'accademia ci chiedevano progetti a tema libero. Per me l'unica cosa che aveva senso raccontare era la mia storia. Così ho iniziato il progetto con mia madre, che va tutt'ora avanti.

Come ti rapporti con le definizioni?
Ti sentiresti a tuo agio ad essere definito un fotografo ritrattista?

Le definizioni sono per chi vuole che ogni cosa stia al proprio posto. Non mi interessa come mi chiamano, fotografo ritrattista, fotografo socialmente impegnato o semplicemente Niko. Sia chiaro, la cosa non mi disturba, mi è semplicemente indifferente.

Hai dei nuovi progetti sul fronte della fotografia?

Ho nuovi progetti in programma. Sto trovando difficoltà logistiche e burocratiche che mi stanno rallentando molto (sto cercando di realizzare uno di questi progetti da sei anni, giusto per dare un'idea). Preferisco non parlarne ora, ma non appena avrò novità, metterò al corrente tutti tramite il mio sito e i miei social network.

Riesci sempre ad instaurare un buon rapporto con i soggetti che fotografi?

In linea generale sì, vengo apprezzato per come sono.

Vivere distante da altri fotografi, ti rende più sereno nel portare avanti il tuo lavoro? O preferisci essere contaminato? In questo caso quale fotografo ha influenzato la tua visione?

È bello avere un confronto con colleghi nel settore, ti arricchisce. Ho studiato tanto il lavoro di altri fotografi. In particolare quello di Annie Leibovitz. Mi ha influenzato molto a livello stilistico. Diane Arbus è un'altra fotografa che ha influenzato molto la mia visione, amo il suo lavoro.

Quali sono le tue fonti di ispirazione? Cinema, musica ecc...

Qualche giorno fa mi trovavo a Firenze con Michel Mallard presso il SACI di Firenze. Il direttore dell'istituto mi ha fatto la stessa domanda. Ho risposto che la mia fonte di ispirazione principale è la vita. Intendo dire, ciò che vivo quotidianamente, le difficoltà, la frustrazione, l'ansia, la rabbia, le gioie, il piacere e le soddisfazioni. Gli eventi più importanti della mia vita diventano motivo di ciò che faccio in fotografia.

Lavori da sempre sull’identità, lo fai spesso attraverso il ritratto. Un ritratto deve sempre mostrare gli occhi?

No, non necessariamente. Stiamo parlando di definizioni e, come ho già detto, non mi interessano più di tanto. Puoi fotografare una persona e fare un autoritratto, puoi fotografare un oggetto e fare un ritratto. Preferisco una visione fluida, piuttosto che una a compartimenti stagni.

Che consiglio daresti ad un giovane fotografo?

Credere in ciò che fa, darsi da fare, non lasciarsi scoraggiare dal sistema e dai meccanismi malati che lo governano, battersi per sovvertirli e rendere la vita degli altri migliore. Questo è il consiglio che darei a tutti, non solo giovani fotografi e non solo giovani.

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