Drive: la fotografia diretta da Newton Thomas Sigel

Non serve conoscere il suo nome, basta sapere che di giorno lavora in un’autofficina e fa lo stuntman per riprese automobilistiche, di notte è un autista freelance per rapinatori.

Ma per tutto il giorno indossa il suo giubbotto di raso, con uno scorpione stampato sulla schiena, tanto per ricordarci che la sua natura di sangue freddo non lo abbandona mai, se non quando si invaghisce dell’irresistibile Irene (Carey Mulligan).

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Ryan Gosling è protanogista di Drive, film del regista danese Nicolas Winding Refn, premiato al Festival di Cannes per la Mise en Scène nel 2011.

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E non si può negare che il premio sia meritato: tutto è perfettamente al suo posto.

Regia, 
recitazione, fotografia e colonna sonora sono in perfetta sintonia: ti scaraventano nel mondo violento e criminale da cui si cerca invano di allontanarsi o ti accompagnano senza troppi dialoghi, ma con lunghi e intensi sguardi al cospetto del puro e umano sentimento di amore e protezione.

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Refn mostra tutta la sua abilità registica nella composizione quasi maniacale di ogni inquadratura: incastra magistralmente i personaggi e le loro linee di sviluppo tramite un continuo scambio di posizioni all’interno della scena: viene raccontata una storia, un’interazione o una relazione nella parte alta o in un lato dell’inquadratura, che viene rinforzata o contraddetta dalla parte bassa o dall’altro lato dell’inquadratura.

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Una dualità costante, confermata dalla geniale fotografia di Newton Thomas Sigel (Direttore della Fotografia del più recente Bohemian Rapsody) che decide di concentrarsi sul continuo alternarsi di toni caldi e freddi, dal significante ben distinto all’inizio (i caldi per atmosfere di armonia, pace e sintonia e i freddi per tensione, pericolo e incertezza), ma sempre più intrecciato nel proseguire del film. Tanto che il rosso diventa immancabile accompagnatore di potere, violenza e pericolo, mentre il verde e l’azzurro si fanno simbolo di atmosfere serene, seppur ambigue.

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È una cabina d’ascensore a sottolineare il ripetuto alternarsi di attesa e ritmo.

Refn si diverte a sorprendere lo spettatore, contrapponendo la lentezza del bacio tanto atteso tra Driver e Irene, alla violenza cruda e inarrestabile di un omicidio a suon di calci.

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Sigel illumina la contrapposizione portandola quasi in una dimensione surreale: la scena rallenta e viene sagomata dalla luce solo la passione del bacio tanto desiderato, per poi tornare violentemente ad illuminare l’intera cabina e scaraventarci, di nuovo, di fronte alla natura psicotica di Driver che sfigura e uccide il killer con cui erano rimasti intrappolati in ascensore, pestandolo a morte.

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Non si sa dove si dirige Driver ferito da una pugnalata, né se Irene comprenderà la ragione della sua fuga, ma si sa per certo che non ci si stancherebbe mai di guardarlo: ci si lascerebbe continuamente travolgere dai colori notturni di Los Angeles, dalle fossette di Carey Mulligan, dai silenzi lunghi un minuto, dall’umanità del sorriso che raramente spunta sul volto impassibile di Drive e dalla dose di violenza e sentimento che il film inietta fino all’ultimo minuto.

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Testo a cura di Fabrizia Nardilli