Roma : Alfonso Cuarón

È stato costruito in ordine cronologico, gli attori hanno spesso improvvisato leggendo il copione di giorno in giorno, è stato girato in bianco e nero, ricostruisce nei minimi dettagli gli anni ’70 di una grande città...signore e signori, il nuovo capolavoro di Alfonso Cuarón: Roma.

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Già vincitore del Leone d’Oro alla 75a Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia e in lizza per la statuetta d’oro agli Oscar come Miglior Film Straniero, ha fatto parlare di sé anche per non aver concorso alla 71a edizione del Festival di Cannes a causa dell’acquisizione dei diritti da parte di Netflix.

Ma poco importa, perché Cuarón può ritenersi soddisfatto del magnifico risultato, frutto di un notevole impegno tecnico e artistico: questa volta, infatti, si è dedicato non solo alla sceneggiatura e alla regia, ma anche alla direzione alla fotografia e al montaggio, con l’obiettivo di rispettare le uniche tre certezze valide fin dal concepimento del progetto (come dichiara in un’intervista per Variety).

La prima è che il film avrebbe raccontato le vicende di Cleo, domestica di una famiglia alto-borghese del quartiere Colonia Roma di Città del Messico, nel difficile contesto delle rivolte studentesche degli anni ’70.

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La seconda è che si sarebbe basato tutto esclusivamente sulla sua memoria personale (facendo riferimento alla sua famiglia, al suo quartiere e soprattutto alla sua tata Libo); la terza è che sarebbe stato girato in bianco e nero: non nostalgico e oldschool, come sottolinea nell’intervista, ma utile ad attraversare il passato tramite la consapevolezza del presente, tanto che decide di girare in 65mm digitale, intromettendo la tecnologia contemporanea in un tempo che non le appartiene.

Forse il risultato della fotografia non sarebbe stato lo stesso se il suo fidato amico e compagno di lavoro “Chivo” (soprannome di Emmanuel Lubezki) non avesse contribuito a gran parte della preparazione, per poi essere costretto a concentrarsi su un altro progetto, ma è da riconoscere a Cuarón che lo sforzo tecnico tra regia e fotografia si percepisce in ogni singolo frame.

I tre minuti iniziali di acqua e sapone che scorrono sul pavimento a mattonelle della casa borghese, quasi come fossero onde del mare, sembra abbiano l’intento di ripulire i nostri pensieri prima di farci immergere nell’intimità dei conflitti di ciascun personaggio, oltre che di un paese in piena rivolta.

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La profondità di campo che usa vistosamente in campi medi, lunghi e lunghissimi, lascia a bocca aperta per la meticolosa attenzione al dettaglio, la generosa ricchezza di informazioni e la precisione della messa in scena di un tempo lontano quasi cinquanta anni fa.

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E poi le lunghe e fluide carrellate laterali che seguono il personaggio sempre su un asse parallelo al suo andamento, più o meno veloce, non mostrano mai la destinazione da raggiungere, ma fanno immergere completamente nella dimensione psicologica dello stesso, che corre verso il proprio obiettivo. 

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Ma ciò che disarma realmente del film è la pura e semplice bellezza delle immagini. Su ogni elemento è posta un’attenzione fotografica sorprendente, nulla sembra essere lasciato al caso ed è forse per questo che ogni frame affascina incredibilmente e permette allo sguardo di commuoversi di fronte all’intimità delle espressioni nei piani stretti o di perdersi in ogni angolo di spazio nei campi medi e lunghi.

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E la luce gioca un ruolo fondamentale: quella naturale è sfruttata grandiosamente per raccontare gli esterni e il dinamismo di Città del Messico degli anni ’70, la crudezza delle baracche dismesse dove vive il fidanzato sfuggente di Cleo, Fermìn e l’immensità degli spazi incontaminati dall’uomo dove lo stesso Fermìn segue lezioni di arti marziali.

Gli interni, invece, sembra che ricevano due fonti di illuminazione: una proveniente dall’esterno, che entra principalmente da porte e finestre, quasi come se invitasse lo spettatore a prendere parte ai drammi familiari e ai conflitti dei personaggi, e una interna, che illumina i numerosissimi dettagli di una casa vissuta creando una dimensione intima e familiare, proprio come i ricordi di Cuarón.

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C’è da dire che la bellezza delle immagini è data anche dell’energia vincente che tutti tirano fuori per affrontare i propri conflitti: Cleo supererà la perdita del bambino dedicandosi totalmente alla famiglia di cui si prende cura da tempo e sentendosene sempre più parte; Sofia accetterà il tradimento del marito, godendo delle gioie dei figli e dando finalmente seguito ai propri obiettivi, i bambini, invece, prenderanno atto dell’abbandono da parte del padre grazie all’amore della mamma Sofia e della tata Cleo.

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Sembra proprio che unione ed energia diventino i motori di una rivincita che i personaggi femminili nel film conquistano sul finire del racconto, ma che Cuarón, nella vita reale, ha sempre conservato nelle sue memorie per farne dono al pubblico tramite un vero e proprio capolavoro.

Testo a cura di Fabrizia Nardilli