Gabriele Croppi: La memoria

La memoria dei superstiti, fatta di volti, di oggetti, di vecchie fotografie, di luoghi oramai silenziosi, inzuppati del dolore che fu.

Auschwitz, Dachau, Mauthausen, gironi dell’inferno progettati per il confino e l’eliminazione di ebrei, ma anche di rom, dissidenti, omosessuali.

Le fotografie di Gabriele Croppi non parlano attraverso cadaveri, ma architetture, abiti, utensili, ritratti ingialliti e vetri rotti. Un archivio silenzioso, restituito con la profondità di un nero poroso, pittorico, così simile al buio della coscienza. Polvere, cenere, riflessi sbiaditi, ombre e rottami, binari di treni, camere a gas, pile di scarpe come corpi gettati, sequenze di numeri cuciti su divise sudice come marchiature a fuoco. 

“M’incamminai per una strada che si arrampicava su di una collina, per circa un km. Ricordo due cose: enormi cartelli a recitare slogan di benvenuto e poi un campo di spighe mosse dal vento, che non esitai a fotografare. Alzai gli occhi e da quell’istante cominciai a interessarmi al tema della shoah. Vidi la silhouette delle torri di guardia del campo di concentramento e cominciai a piangere, inspiegabilmente, per quasi due ore. Non avevo visto nulla. Il profilo delle torri non poteva giustificare quel pianto. Un pianto strano, mai provato fino ad allora. Un pianto vuoto…”.

Fonte: Artribune