Harry Gruyaert: Rivages

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È un luogo diverso da tutti gli altri, perché li riassume tutti. Cielo, acqua, ultima terra, primo mare, e poi le nuvole e le onde che mescolano gli elementi e si mescolano tra loro.

Questa è la spiaggia, un limite, un punto estremo e semplicissimo nella riduzione dei suoi elementi grafici. Qui si cammina, qui ci si ferma, qui si medita, si corre, in un'unica parola, qui si fotografa.

E proprio alle spiagge "Rivages", Harry Gruyaert, ha dedicato un'attenzione particolare. Quasi un appuntamento da rinnovare in ogni viaggio, dalla sua terra natale, il Belgio, alla Francia, da Israele all'Irlanda, quindi Italia, Spagna, Egitto e Mali. Ovunque, come fosse una conchiglia da riportare a casa, il fotografo si è ritrovato davanti allo schermo del mare, a proiettarsi, a cercarsi.

A fotografare una spiaggia.

Sempre affollandosi, lui colorista tra i più virtuosi, a nuove, sorprendenti, sfumature cromatiche. Magari un azzurro porcellana che riflette la sua delicatezza sulla sabbia appena toccata da qualche presenza umana.  Oppure il nero gonfio e in trasformazione di una tempesta che sta per abbattersi sulla terra. O ancora un lembo di Mar Rosso, in Egitto, di un azzurro lapislazzuli mai visto. E poi il blu striato di bianco, nella Sardegna d'inverno, spazzata dal vento, e infine le sagome in controluce del porto di Barcellona, e una croce in Galizia, in Spagna,  a ricordo forse di quelli che sono morti in mare.

Spiagge, per dire che la vita finisce e ricomincia sempre. A ondate.

E non sarà un caso, allora, se il volume "Rivages" è uscito proprio nell'anno Duemila, l'anno della prima e ultima spiaggia. Dove un millennio stava per finire e uno nuovo appariva all'orizzonte.

"Rivages" di Harry Gruyaert