Burladies: Giovanni Cocco

Ciao ragazzi, ritorniamo alle nostre interviste, ed oggi è il turno di Giovanni Cocco, fotografo italiano autodidatta, nato a Sulmona nel 1973.

Figlio di un fotografo dilettante, Giovanni, è stato catapultato casualmente all'interno di un mondo fatto di fotografie ovunque: sui tavoli, nelle librerie, negli armadi di casa.


Un gioco durato qualche anno, che lo ha inevitabilmente avvicinato alla fotografia, diventata ben presto un mezzo di osservazione potente, dentro e fuori se stesso.

Per Giovanni c’è il momento dell'idea, c’è la magia di quell’istante in cui al luce si accende in testa, quando inizia a piovere da una fessura nel cuore e inizi a catturare ciò che vedi. Così l’'idea diventa forma, impari a parlarci, cresce, prende corpo e la vesti secondo il tuo stile. Poi diventa grande, ne arrivano altre, dentro la macchina fotografica si affollano le tue immagini: e arriva il temibile momento di dover fare ordine.

Giovanni ha dato prova delle sue notevoli doti empatiche e di fotogiornalismo nelle storie che racconta. Tra queste "Monia" un'indagine sulla vita della sorella quarantacinquenne. Disabile dalla nascita. Una donna che vive di gesti semplici e lunghi momenti in cui non c’è parola né azione. Un mondo distante da tutto, solitario, confinato, ma non vuoto; dove il tempo è fatto di attimi, un presente che non ha bisogno di proiettarsi nel futuro.

Ma Giovanni si è anche addentrato nel mondo del Burlesque, dando prova di come ogni storia possa trarre fuori da ognuno di noi emozioni diverse.

Sul palco atmosfere da "Velluto Blu" e felliniane parate di stelle, dietro il sipario calze a rete e champagne, paillettes e lustrini, donne in fermento dalle sembianze di animali fantastici, come quella che si piega in avanti a cercare qualcosa trasformandosi in un meraviglioso struzzo dalle piume viola ingabbiato in un camerino troppo stretto.

E una volta arrivati fin qui, nn servono atre parole, non serve dilungarci.

È arrivato il momento di dare risposta a quella curiosità che dentro ognuno di noi si è appena accesa.

Giovanni Cocco - fotografo - intervista - enkster

Come ti sei avvicinato al mondo della fotografia?

Mi ci sono ritrovato dentro da piccolo: mio padre era appassionato di fotografia, aveva una camera oscura e molta attrezzatura. È stato un incontro naturale con quella che poi si è rivelata la mia passione anche in età adulta. Solo dopo molti anni mi sono reso conto di quanto fosse potente come mezzo per osservare ed entrare in relazione con il mondo. È diventato il mio modo di guardare per conoscere, capire e raccontare.


Che ruolo ha la fotografia nella tua vita?

Come ho detto prima la fotografia è un modo per stare al mondo quindi ha ruolo fondamentale e ha determinato e condizionato gran parte delle mie scelte, non solo quelle professionali, ma anche e sopratutto personali.


Qual è la parte più bella del tuo mestiere?

Il gesto dello scatto è il momento che prediligo e mi da più soddisfazione. È il momento in cui si materializza e prende forma tutto il processo di studio e ricerca che viene prima. Ed è anche il momento in cui comincio a muovermi attraverso uno spazio.


Come spiegheresti la fotografia di reportage ad un ventenne?

Il reportage è un racconto (per immagini in questo caso) in grado di fissare un avvenimento o dare semplicemente delle impressioni di esso. Niente di più.


Come nasce un'idea e come capisci di aver trovato il giusto tema da affrontare?

Le idee vengono fuori da qualsiasi cosa, libri, giornali, cinema, televisione e sopratutto dagli incontri. Bisogna essere fertili e curiosi, molto curiosi. Quando l’idea anima la mia fantasia e la voglia di fare allora capisco che è anche il tema giusto per me.


Quanto è importante lavorare ad un progetto? Pensi che una singola immagine possa avere impatto?

Un progetto ti permette di andare dentro una storia. Ti da la possibilità di confrontarti con le situazioni nascoste, di affrontarle con un giusto tempo, permettendoti così di creare una relazione tra ciò che accade e il suo perché. Sicuramente la singola immagine non può dare conto di cause ed effetti, perché quello che mostra non è quello che significa, ma proprio grazie a questo limite ha la capacità di colpire ed avere un forte impatto. A volte il problema è capire se l’impatto è dovuto alla spettacolarizzazione dell’immagine che spinge lo spettatore a confrontarsi con lo stile del fotografo piuttosto che con il suo contenuto.


Quando capisci che il racconto è giunto al termine?

Quando si esaurisce la fotografia stessa e sento di non avere più niente da fotografare.


Riesci sempre ad instaurare un buon rapporto con i soggetti che fotografi?

Cerco di fotografare persone che mi interessano quindi costruisco relazioni a prescindere dalla fotografia, questo automaticamente fa si che i rapporti siano sempre buoni o comunque interessanti.


Qual è lo stato di salute della fotografia documentaria oggi?

La direzione che sta prendendo la fotografia documentaria contemporanea mi sembra molto interessante. È cambiato il mercato e di conseguenza i fotografi hanno cominciato a sperimentare molto di più, trovando approcci meno convenzionali per raccontare le storie. Questi cambiamenti potrebbero dare vita a cose interessanti.


Quale fotografo ha influenzato la tua visione?

Ce ne sono stati molti, e da ognuno ho preso qualcosa. Ultimamente sono molto attratto e affascinato da Nadav Kandar e da Jeff Wall. Kandar ha una poetica incredibile, le sue foto sono sospese in un tempo senza fine ed è in grado di affrontare qualsiasi tema sempre in una maniera originale. Wall mette in scena un artificio, mantenendo una tensione tra il finto e il reale che diventa quasi iper reale. Inoltre entrambi partono da cose già viste nell’arte per trasformarla in qualcosa che gli appartiene.


Burladies ci ha colpito particolarmente. Com'è nato il progetto?

Stavo facendo un reportage per l’Espresso sul festival rockabilly di Senigallia il Summer JamboRee. Durante la serata finale ho visto uno spettacolo Burlesque, era il 2007. Non ne avevo mai visto uno prima, mi è piaciuto molto e mi sono chiesto se in Italia ci fosse un mondo del Burlesque. Ho frequentato per circa tre anni molti dei migliori locali italiani dove si esibivano per lo più star internazionali, così da dare un taglio internazionale. Ho scattato sopratutto nei backstage, quello che succede dietro le quinte è privo di filtri e mi ha permesso di realizzare un certo tipo di fotografie.


Perché un fotografo accetta di farsi intervistare, aggiunge qualcosa rispetto a quello che già comunica con le fotografie?

Per spiegare le sue motivazioni.


Ci sono fotografi molto imprenditori, costruiscono strutture, creano un'impresa. Poi ci sono fotografi, altrettanto professionisti, ma più solitari. Tu da che parte stai?

In entrambi i casi se vuoi fare il fotografo devi essere un bravo imprenditore. Imprenditore non solo nel sapere creare reddito dal proprio lavoro ma anche essere in grado di vendersi e far circolare le proprie cose. Se non sei un bravo imprenditore puoi essere anche il più bravo fotografo del mondo ma nessuno saprà che esisti.


Parlaci un pò della tua libreria. Quali sono i 5 libri che non possono mancare sul tuo comodino?

Non sono quelli che ho sul comodino ma sicuramente sono quelli che più mi sento di consigliare in questa sede: John Berger, “Modi di Vedere”. Levi Strauss, “Politica della fotografia” e Geoff Dyer, “L’Infinito istante”. Sono tre classici che preferisco, mentre ho appena letto Joan Fontcuberta, “La furia delle immagini” e, purtroppo con enorme ritardo, Gabriele Basilico.