James Nachtwey - My wish: Let my photographs bear witness

James Nachtwey è considerato da molti il più grande fotografo di guerra degli ultimi decenni. Ha coperto i conflitti e le principali questioni sociali in oltre 30 paesi.

Negli ultimi tre decenni, James Nachtwey si è dedicato a documentare guerre, conflitti e questioni sociali critiche, lavorando in El Salvador, Nicaragua, Guatemala, Libano, Cisgiordania e Gaza, Israele, Indonesia, Tailandia, India, Sri Lanka, Afghanistan , Filippine, Corea del Sud, Somalia, Sudan, Ruanda, Sudafrica, Russia, Bosnia, Cecenia, Kosovo, Romania, Brasile e Stati Uniti. 

Nel mettersi nel mezzo del conflitto, la sua intenzione è di registrare la verità, di documentare le lotte dell'umanità, e con questo, svegliare le persone e agitarle all'azione.


Di seguito riporto una parte del discorso avvenuto al TED nel 2017.

Vorrei cominciare parlando di alcune delle idee che mi hanno spintoa diventare un fotografo documentarista.

Ero uno studente negli anni 60, un'epoca di cambiamenti sociali e domande, e sul piano personale, un momento di risveglio dell'idealismo. La guerra in Vietnam era al culmine, il Movimento per i Diritti Civili stava per nascere, e le fotografie avevano un'influenza forte su di me. I nostri leader politici e militari ci dicevano una cosa, e i fotografi ce ne dicevano un'altra. Io credevo ai fotografi, come milioni di altri americani. Le loro immagini alimentavano la resistenza alla guerra e al razzismo. Non solo registravano la storia, ma aiutavano a cambiarne il corso. Le loro immagini diventarono parte della nostra coscienza collettiva e, quando la coscienza mutò in un senso condiviso di consapevolezza, il cambiamento non divenne solo possibile, ma inevitabile.

Ho potuto vedere come il libero scorrere di informazioni rappresentato dal giornalismo, specialmente il giornalismo visivo, può mettere a fuoco sia i benefici che i costi delle politiche che si scelgono. Può dare credito ad alcune decisioni, aggiungendo forza al successo. In caso di decisioni politiche sbagliate o assenti,può diventare una sorta di intervento, quantificando i danni e spingendoci a riconsiderare il nostro comportamento. Mette un volto umano a questioni che da lontano possono sembrare astratte o ideologiche o gigantesche vista la loro scala globale. Ciò che succede normalmente, lontano dai palazzi del potere, colpisce i cittadini comuni uno alla volta.

E ho capito che la fotografia documentaristica ha la capacità di interpretare le cose dal loro punto di vista. Dà una voce a colore che altrimenti non l'avrebbero. Come reazione, stimola l'opinione pubblica e dà forza al dibattito pubblico, quindi impedendo agli interessi delle parti di controllare totalmente l'agenda, come vorrebbero fare volentieri. Crescendo in quegli anni rese concreto il concetto che la libera circolazione delle informazioni è assolutamente vitale per il giusto funzionamento di una società libera e dinamica. La stampa è un business, e per sopravvivere deve essere un business di successo, quindi bisogna trovare il giusto equilibrio tra esigenze di marketing e responsabilità giornalistica.

I problemi della società non possono essere risolti fino a che non sono identificati. A livello più alto, la stampa è un'industria di servizio, e il servizio che fornisce è la consapevolezza. Ogni storia non deve necessariamente vendere qualcosa. C'è anche un momento per dare. Questa è la tradizione che volevo seguire. Vedere che in guerra la posta in gioco era altissima per quelli coinvolti e che il giornalismo visivo poteva realmente diventare una componente della risoluzione del conflitto, diventai un fotografo per essere un fotografo di guerra. Ma ero guidato dalla sensazione profonda che una foto che rivelasse la vera faccia della guerra sarebbe stata per definizione una foto contro la guerra.


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