Intervista a Luca Meola: tra Italia e Brasile

Ciao ragazzi! Oggi abbiamo il piacere di parlare con Luca Meola, protagonista della settimana, ospite della prima rubrica realizzata da Enkster e dedicata ai fotografi emergenti.

Nato e cresciuto a Milano, in bilico tra l'Italia e San Paolo, Luca si definisce contemporaneamente un amante dei viaggi e un appassionato del Brasile. Nipote di uno zio fotografo ha fin da piccolo avuto a che fare con le macchine fotografiche. Dopo essersi laureato in sociologia, all’università di Trento, dal 2003 ha cominciato a occuparsi professionalmente di fotografia documentaria. Negli ultimi anni ha viaggiato in Europa, Africa e Sud America sviluppando progetti fotografici commissionati da Organizzazioni o di interesse personale. Attualmente si dedica alla fotografia di reportage, di moda e di matrimonio.

"Adoro il reportage perchè mi permette di raccontare delle storie. Possono essere storie di fragilità, ambientate ad esempio nella baraccopoli di Dakar, storie di bellezza, come il backstage di una sfilata della settimana della moda di Milano e San Paolo, o storie di amore, la passeggiata in riva al lago di Como di una coppia di innamorati il giorno delle loro nozze. In ogni caso cerco di immergermi il più a fondo possibile nelle situazioni che vivo e nelle storie che voglio raccontare".

Luca Meola: fotografo

Come ti sei avvicinato alla fotografia?

Mio zio Gianni era fotografo, questo negli anni ’80. Forse fu proprio lui quando ero bambino a regalarmi la prima macchinetta fotografica, per un Natale o un compleanno. Ricordo di alcune foto scattate alle scuole superiori, in cima al Duomo di Milano e ancor prima durante i campi estivi scout. Durante l’università, alla fine degli anni ’90, ho smesso di fotografare ed è stato un grande peccato. Io e i miei amici consumavamo un sacco di sostanze e sarebbe stato bello immortalare quei momenti. Poi ci ho dato un taglio, ho cominciato a viaggiare e a riprendere in mano la macchina fotografica. Nel 2003 durante un anno passato in Bolivia, collaborando con una ONG, ho documentato la vita dei ragazzi di strada di La Paz. Tutt’ora quelle immagini in bianco e nero dei sorrisi sdentati degli “hijos de la calle” mi colpiscono e commuovono. Credo che fu in quell’anno che mi sono innamorato della fotografia.

Cosa ti piace della fotografia?

L’ atto stesso di fare click è estremamente eccitante per me. Avvicinarsi, inquadrare, scattare. Adoro la tensione che sta dietro a questo gesto di cattura della realtà. Generalmente non esco mai di casa senza la mia macchinetta fotografica. Che sia per un progetto in corso o per qualcosa che mi colpisce in strada o se vivo un incontro o una situazione particolare. Sono una persona solitaria, pur essendo molto socievole, e l’atto di fotografare è molto connesso alla mia solitudine, al mio modo di vivere le cose e stare al mondo.

Ti sei mai sentito ispirato da qualche fotografo?

Mi piace molto studiare e godere del lavoro di altri fotografi. Da qualche anno vivo tra l’Italia e il Brasile e quest’anno è stato inaugurato a San Paolo l’ "Instituto Moreira Salles". Si tratta di un centro dedicato alla fotografia che ospita l'archivio fotografico più esteso di tutto il Sud America. Insomma, un paradiso per gli amanti della fotografia. Apprezzo il lavoro di molti fotografi ma potrei citarne alcuni che nella mia “storia di fotografo” sono stati importanti. Sebastião Salgado è forse uno dei primi fotografi che ho conosciuto e il suo progetto “Trabalhadores” all’epoca mi sbalordì. Alex Webb è il secondo: cosa si può fare con la luce, il colore e l’inquadratura. Di Martin Parr apprezzo molto l’ironia che cerco spesso quando scatto in strada. Trovo i lavori di Parr “The last Resort” e “Bored Couples” fantastici; la strada per me è un palcoscenico dove quotidianamente si consuma uno spettacolo tragicomico. Negli ultimi anni sono rimasto molto affascinato dalle immagini di Michael Ackerman e Antoine D’Agata, il loro approccio così estremo, intimo e personale. Ed infine Diane Arbus, Nan Goldin…sguardo femminile delicato, la scelta dei soggetti e una grande umanità nel raccontarli.

Cosa ti attrae della fotografia?

Credo nella possibilità, attraverso la fotografia, di fermare qualcosa e di poterla raccontare a chi in quel momento non c’è, non è presente. Il mio progetto su San Paolo è nato così. Volevo raccontare le contraddizioni della mia nuova città a chi mi seguiva in Italia. Oggi fotografo un villaggio indigeno dentro la megalopoli di San Paolo e pochissimi sanno che esiste. Mi piace anche autoritrarmi o ritrarre chi amo perché un giorno queste immagini saranno un ricordo prezioso. Alla fine la fotografia più che un fine è un mezzo, una buona scusa per conoscere e scoprire nuovi mondi.

Quanto è importante per te lavorare ad una serie? Pensi che una singola immagine possa avere forza?

Una singola foto è una frase ad effetto, uno slogan urlato a voce alta, che può diventare un’icona o un simbolo. Nella serie vedo la dimensione del racconto e personalmente la preferisco. Inoltre credo che l’atto di selezione, di editing, sia tanto importante quanto il momento dello scatto. È poi bellissimo posizionare le stampine per terra, sceglierle, scartarle, accostarle. A volte è la cronologia, a volte un colore che ritorna o una linea. Non è facile editare, mi è capitato di rinunciare a delle foto che mi piacevano molto ma che nell’economia della serie stonavano. Non facevano parte di quel racconto, non si respirava la stessa atmosfera.

È importante avere una filosofia per essere un buon fotografo?

Credo che sia importante più che avere una filosofia, avere un’etica mentre si fotografa. Nei lavori di fotografia documentaria mi capita di entrare molto in contatto con le storie delle persone. Mi capita di spogliarle (a livello metaforico), per arrivare alle loro cicatrici. Quelle cicatrici, intese come vissuti, storie, sono un dono prezioso, da maneggiare con rispetto e cura. Anni fà a Napoli una transessuale che avevo fotografato volle vedere tutte le foto dei tre rullini scattati (era un progetto con macchina analogica). Alcune immagini rappresentavano bene ciò che io vedevo in lei eppure quegli scatti sgranati, contrastati e devastanti la fecero piangere per un giorno intero. Tutt’ora ripenso a quell’episodio e continuo a farmi delle domande più che a darmi delle risposte.

Secondo te è possibile imparare un modo di osservare?

In Italia da un paio d’anni, in collaborazione con una compagnia di teatro, tengo un workshop rivolto a ragazzi e ragazze adolescenti. Si chiama “Dal selfie all’autoritratto”, con l’idea di produrre una sequenza di immagini che raccontino frammenti della propria quotidianità. Alcuni scatti di questi giovani non fotografi sono soprendenti. Proprio questa settimana comincerò in Brasile un laboratorio in collaborazione con una Ong e darò in mano a degli usuari di crack delle macchinette usa e getta, sicuro che produrranno alcuni scatti incredibili. In questi workshop non c’è nulla di tecnico, si scatta coi cellulari o con le macchinette usa e getta. Però ci si sofferma ad analizzare le immagini di altri fotografi per produrne di nuove e proprie con più coscienza ed attenzione. Prima di scattare si cerca un tema e si sviluppa. Si prova a scattare di pancia e anche di testa. Viviamo a strettissimo contatto con le immagini, immagini che hanno un linguaggio, una composizione, una grammatica interna. Siamo bombardati da immagini ma veramente non le guardiamo. Insomma credo che il linguaggio ci sia, che vada solo riconosciuto e un po’ affinato e che trovare qualcosa da raccontare sia già un buon inizio.

Qual è la tua fonte d'ispirazione?

Molti sconsigliano di guardare tanto il lavoro di altri fotografi per non esserne influenzati, per non copiarne lo stile. A me piace troppo la fotografia per non farlo e ci sono veramente fotografi e artisti pazzeschi. Credo di trarre ispirazione oltre che dalla produzione di altri fotografi, da tutto quello che consumo: libri, film, serie, mostre, spettacoli teatrali. Ci sono momenti in cui però più che di rappresentazione della realtà ho bisogno della realtà stessa: uscire, camminare, viaggiare e stare in strada, perdermi nei bassifondi, vivere avventure, sporcarmi le mani e farmi trascinare da quello che mi succede.

Dimmi qualcosa sulla tua libreria.

Puoi suggerirci 5 libri che ogni fotografo dovrebbe possedere?

The Americans di Robert Frank Subway di Bruce Davidson The Ninth Floor di Jessica Dimmock Congo di Alex Majoli e Paolo Pellegrin Sleeping by the Missisipi di Alec Soth Immediate Family di Sally Mann Ops…sono 6

Che consiglio daresti ad un giovane fotografo?

Non mi considero né vecchio né tantomeno arrivato e quindi il consiglio che potrei dare è quello che cerco di dare a me stesso quotidianamente. Ci sono fin troppe immagini, ci sono molti più fotografi di quanto il mondo avrebbe bisogno, eppure secondo me il mondo è pieno di storie che non sono state raccontate. Credo sia importante cercare storie originali, raccontarle in una forma originale e propria e farlo con amore. Innamorarsi di quello che si racconta. E uscire sempre dalla zona di conforto: quando io l’ho fatto sento di aver prodotto le cose migliori.

Cosa stiamo per vedere?

Cidade da Garoa

A São Paulo un sacco di coppie si baciano in pubblico, soprattutto in metropolitana. È un fenomeno curioso che si osserva frequentemente perdendosi per la zona centrale di questa megalopoli nella cui area metropolitana vivono circa 20 milioni di persone.

Questa città, la più vasta e popolosa dell'emisfero australe, è anche conosciuta come la cidade da garoa. La garoa è una pioggerellina fine, quasi invisibile. L'impressione è che lo gocce d'acqua più che cadere dal cielo fluttuino. Oltre al clima secondo molti dei suoi abitanti, i paulistani, sono due i grandi problemi della loro città: deslocamento e segurança. Il deslocamento è il tempo impiegato per spostarsi da un luogo all'altro, ad esempio dalla casa all'ufficio. Si dice che per vivere bene in questa megalopoli bisognerebbe lavorare e trovarsi una fidanzata o un'amante nello stesso quartiere dove si abita. È probabile che le coppie che si baciano in metropolitana siano così appassionate perchè poi una volta separate non sapranno esattamente quando si presenterà l'occasione di rivedersi.

São Paulo è una città molto pericolosa o meglio è percepita dai più come tale. Assalti e rapine sono all'ordine del giorno e la pratica di assaltare ed essere assaltati è così comune che è diventata quasi ritualizzata, raramente qualcuno si fa veramente male. Comunque la metropolitana è percepita como un luogo molto più sicuro della strada, un luogo dove poter abbassare la guardia e lasciarsi coinvolgere in un bacio appassionato, come se il mondo al di fuori non esistesse, quel mondo che in strada fà così tanta paura. La sicurezza è evidentemente legata a una società molto diseguale: basta camminare per le vie del centro per rendersi conto di quanta gente viva in strada e quanti elicotteri ci siano in cielo.

Una strofa di “Sampa”, una canzone del 1978 di Caetano Veloso che nei panni di un migrante bahiano appena arrivato in città si confronta con l'ostica città di São Paulo.

Con un occhio estraniato, perchè straniero, con un approccio voyeristico e personale più che fotogiornalistico questo progetto intende cominciare a raccontare la cidade da garoa.

*E sei stata un difficile inizio

allontano da me quello che non conosco

e chi vende altro sogno felice di città

impara presto a chiamarti realtà

perché sei il contrario del contrario del contrario del contrario*