Marco Gualazzini

Attentati, bombe, una guerra civile senza fine.

Tra baracche e tende di stracci, una moltitudine eterogenea alza invocazioni di aiuto, che abbattono coordinate prestabilite e corrono in ogni direzione.

Ci sono ammalati e feriti, anziani e bambini, famiglie e orfani ma, ad accomunare tutti, l’esigenza del sopravvivere.

Sono tutti yemeniti, in fuga dalla guerra civile esplosa nel loro Paese e approdati in una terra in balia di un altro ventennale conflitto. Hanno attraversato a bordo di barconi il golfo di Aden e sono sbarcati sulle coste somale, devastate da venticinque anni di scontri.

Gli uomini e le donne, privati del proprio presente, si trascinano come ombre sospese in un limbo del contingente, tra polvere e piccoli bracieri su cui vengono scaldate poche manciate di riso.

«Io sono un rifugiato e non so quale sarà la mia vita», spiega Abdel Fatih Ahmed Mahmud, di venticinque anni. «Non ho più nulla, la mia casa è stata distrutta e i miei parenti uccisi; sono scappato, ma qua non c’è niente. Mancano cibo e assistenza medica. E poi c’è la guerra. Io voglio raggiungere l’Europa; non ho paura né del mare né del deserto: farò di tutto per arrivare in Germania».

La sua storia è gemella di quella di Ahmed Said, anche lui ventenne:

«Ho attraversato il mare e adesso voglio partire per arrivare in Gran Bretagna, dove vive mio cugino. Sapevamo, quando siamo salpati, che in Somalia c’è la guerra, ma era la sola possibilità che avevamo per non morire subito».

Il miraggio dell’Occidente accomuna tutti i rifugiati, e il loro confidare ad alta voce il desiderio di raggiungerlo un messaggio d’aiuto racchiuso in bottiglia e lanciato in un mare di utopica fiducia nel mondo. Lo stesso mondo che oggi li rifiuta, ne ha paura e li etichetta come terroristi.

Una speranza, insomma. Anche perché, nonostante la prosecuzione del conflitto e gli esodi umani, nella società somala ha incominciato ad affermarsi anche una voglia di cambiamento, un desiderio di spezzare l’assedio della paura e di mettere in scena, seppur in punta di piedi, il ritorno alla vita.