Intervista: Marco Gualazzini

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È tempo di tornare alle nostre interviste, ed oggi è il turno del fotografo Marco Gualazzini, ospite della rubrica dedicata ai fotografi emergenti. Marco Gualazzini conosce bene l'Africa: dal 2011 ad oggi è stato in Mali, Congo, Sudan del Sud e da qualche tempo a questa parte ha iniziato ad occuparsi di Somalia, probabilmente uno dei paesi più inaccessibili del mondo, sicuramente il più pericoloso del mondo per i giornalisti.

"Ho sempre avuto una fissa per la Somalia, l'ho sempre pensata in modo quasi romantico. Anni fa avevo parlato con il fotogiornalista Franco Pagetti che c'era stato per l'Espresso, poi avevo visto il black hawk down e tutto il resto... Quando sono arrivato in Somaliland non mi è sembrato vero di essere lì.

Si respira sempre un'aria pesante. Non è tanto il momento in cui esci, perché quando esci hai addosso un sacco di adrenalina: esci con l'auto coi finestrini oscurati, scortato da due auto di miliziani armati, arrivi, fanno la bonifica, scendi, fanno partire i cronometri, non puoi stare in un posto più di 20 minuti perché quello è il tempo che ci mette un comando di Shabaab a organizzarsi e colpire. Poi ci sono certe zone in cui non puoi proprio andare. Una volta abbiamo fatto l'azzardo di andare nel Bakaara Market ed è stato un momento molto teso, i nostri miliziani erano nervosi e hanno rischiato di sparare a uno che ci aveva attraversato la strada davanti perché pensavano fosse pieno di esplosivo".

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Come ti sei avvicinato alla fotografia?

Mio padre era un giornalista e in famiglia si è sempre respirata quest'atmosfera. Per cui si può dire che in parte me ne sono occupato fin da subito. Ho iniziato a interessarmi di fotografia all'università, avevo come professore Gianluigi Colin, art director del Corriere della Sera che ci parlava dei grandi reporter, e da lì è nata la passione.

Cosa ti piace della fotografia?

Credo che la fotografia rappresenti per me un mezzo per giustificare la mia presenza in luoghi, o in storie, in cui senza un motivo ben preciso, non dovrei esserci. La cosa che quindi mi appassiona maggiormente è l’avventura che ne consegue.

Ti sei mai sentito ispirato da qualche fotografo?

Si da tantissimi. Per esempio da James Nachtwey a Paolo Pellegrin, passando da Griffiths.

Cosa ti attrae della fotografia?

La curiosità di affacciarmi su certe realtà. Esplorare mondi tanto lontani, quanto diversi. Non credo fosse tanto la fotografia in se; di fare moda o commerciale non ho mai avuto interesse. Non fotografo in vacanza o per piacere. La fotografia mi sembrava un’ottima scusa per giustificare le mia presenza in posti in cui essenzialmente non dovrei essere.

Quanto è importante per te lavorare ad una serie? Pensi che una singola immagine possa avere forza?

Una buona fotografia può venire a tutti. Quello che credo distingua il professionista è il fatto che questo lavori in maniera più metodica su un tema e che non si fermi al singolo scatto. Certamente alcune foto singole poi, sono diventate iconiche di determinati fatti, e come tali forse hanno contribuito a scuotere le coscienze. Ora come ora con Instagram o i vari social che fagocitano immagini, la cosa è un po’ più delicata e complessa. Una foto scattata oggi ha indubbiamente un impatto diverso di una foto scattata negli anni '90.

È importante avere una filosofia per essere un buon fotografo?

Credo che avere una motivazione, possibilmente nobile, che ti spinga, sia importante in qualunque campo, e non solo nella fotografia.

Secondo te è possibile imparare un modo di osservare?

La fotografia è mestiere e dedizione. C’è probabilmente una componente di talento, ma come in tutto, il talento se non allenato non basta. Guardare il lavoro di altri fotografi, non essere autoreferenziali credo sia molto ma molto importante.

Qual è la tua fonte d’ispirazione?

Tutto rappresenta una fonte d'ispirazione. Film, colleghi fotografi, artisti. Tutto ciò che è visivo.

Che consiglio daresti ad un giovane fotografo?

Consiglio sempre di guardarsi intorno, di stare sempre al passo informandosi, di guardare molto il lavoro di altri colleghi, e poi di leggere tanto, studiare, avventurarsi, perdersi e non essere autoreferenziali.

Enkster magazine di fotografia - Marco Gualazzini- Fotografo
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