Mobile Photography: Stephen Shore

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Mobile photography: Stephen Shore

Kittesenk è da sempre stato un magazine intraprendente, con la voglia di parlare di cultura e soprattutto di fotografia, desideriamo condividere con voi la nostre passioni, le chicche di questo bellissimo mondo che talvolta sono sconosciute ai più, vogliamo insomma rendervi consapevoli di tutto ciò che potrebbe risultare interessante e stimolante per conoscere sempre più nuovi scenari e, chissà, magari avere anche la possibilità di parlarne e discutere.

Del resto chi è che sta  oggi scrivendo questo articolo è un ragazzo come voi che ha tantissime passioni, una di queste, di cui vi parlerà oggi, sarà proprio inerente alla Mobile Photograghy.

Oggi sono tantissime le persone che usano lo smartphone per realizzare qualsiasi genere di fotografia. Che siano professionali o no, che siano parte di un ampio progetto o meno, oggi vengono realizzate da tutti e per qualsiasi tipo di scopo. Ma c’è un fotografo abbastanza conosciuto, forse oserei dire uno dei più famosi nel mondo contemporaneo che ha fatto e che sta facendo della mobile photography un suo personale progetto.

Da chi partire quindi se non da uno dei maestri della fotografia contemporanea che è riuscito ad incanalare all’interno di Instagram un immenso lavoro che ormai dura da tanti anni?

Parliamo infatti di Stephen Shore. Shore è stato uno dei primi a ribaltare la concezione fotografica che si ha della mobile photography e del suo utilizzo all’interno dei social network.

Ma per capire prima quello che fa oggi bisognerebbe fare un passo indietro e conoscerlo un po’ di più.

Il grande fotografo americano, nato a New York nel 1947, è uno dei massimi esponenti della colour photography, è stato il primo fotografo vivente ad avere una mostra personale al Metropolitan Museum of Art di New York, dopo Alfred Stieglitz. È lui, con la sua fotografia, che ha documentato l'America dagli anni '70 realizzando fotografie dall’aspetto apparentemente banali e irrilevanti, ha ripreso paesaggi così come oggetti quotidiani, con uno stile distaccato e non di certo spettacolare.

Oggi, alla macchina fotografica Stephen Shore ha sostituito il telefono cellulare e ha scelto Instagram per continuare a raccontare la sua passione per i dettagli di poco conto.

Il telefono è sempre con me: la combinazione della semplicità di utilizzo della fotocamera e della qualità raggiunta dalle immagini che scatta mi permette di costruire, con un’intimità e una continuità nuove, una sorta di taccuino visivo della mia vita», racconta Shore a «la Lettura». «Allo stesso tempo, mi porta indietro all’uso che ho fatto delle istantanee negli anni Settanta, con la serie American Surfaces.

In rete è possibile trovare numerose testimonianze da parte sua e da parte della critica che lo segue da tempo, una delle frasi che più mi ha colpito è la naturalezza con cui Shore parla di Instagram.

Ci sono tre cose che amo di Instagram: la prima è che posso celebrare le immagini in forma di diario, sono brevi sguardi, appunti visuali o battute; la complessità è accettata, ma non richiesta. La seconda caratteristica che mi piace è il senso di comunità di Instagram. Seguo i post di un gruppo di persone e so che loro vedono i miei post; persone che non ho mai incontrato ma con cui sono amico. Infine Instagram è divertente.

Stephen Shore, con i suoi lavori passati, del resto, è stato un Instagrammer prima ancora dell’avvento stesso di Instagram.  Shore non ha mai abbandonato il suo stile inconfondibile. Basta andare sul suo profilo Instagram, che oggi conta più di 141.000 followers, e trovare le sue istantanee: raccontano strade urbane e paesaggi desolati, momenti di vita privata e oggetti di uso comune. Tutto senza mai prendersi sul serio. Un mix di spazi pubblici e luoghi privati (come in Uncommon places o American Surfaces), assolutamente in sintonia con sua lunga carriera.

Shore racconta per immagini le piccole cose che appartengono alla vita di ogni giorno. Del suo lavoro e di quello di molti altri che vedremo in futuro non bisogna guardare la singola foto ma bisognerebbe osservare l’insieme, il filo narrativo, l’equilibrio delle foto che vengono postate con una naturale frequenza e che ci rende partecipi della vita di Shore.

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Per concludere è difficile per molti capire la sua fotografia e quella di molti altri autori che fanno oggi di Instagram un vero e proprio diario visuale, pieno di colori e particolari che descrivono esattamente la quotidianità dei giorni nostri. C’è di più, basterebbe davvero poco per trovare nuovi e interessanti spunti di conversazione dentro il mondo dei social. A proposito della fotografia di Shore, tengo molto a citare una parte di un pensiero scritto da Gaetano Chiodini durante una piacevole conversazione su di un post che parlava della sua fotografia.

Non dimentichiamoci però anche dello Shore di Uncommon places (che, tra parentesi, prediligo), con i suoi paesaggi strutturatissimi, analizzati col banco ottico, curatissimi nell'utilizzo dell'inquadratura. Quando penso a Shore, onestamente mi viene in mente questo.

Credo che i due fotografi (Shore col banco ottico e Shore con l'iPhone) pratichino attività differenti: il primo valuta, riflette, sceglie, compone, mentre il secondo semplicemente vede e scatta.

Dico anch'io il mio parere. Io credo che essenzialmente esistano, tra le altre, due ragioni antitetiche per impugnare una fotocamera e ricavarne fotografie da mostrare in giro. Sono queste:

1) c'è un argomento che conosco, ora te lo mostro

2) giro per il mondo, ma non riesco a prestare l'attenzione dovuta a ciò che sto vivendo qui ed ora, la mia mente è sempre altrove, o in un altro tempo. Allora decido di fotografare, come metodo per prestare attenzione al presente: così mi costringo al vedere, oltre al semplice guardare.

Shore sta percorrendo, evidentemente, la seconda strada. Tutta la sua produzione Instagram è rivolta non alla documentazione, al racconto di ciò che conosce; neanche, tanto meno, alla produzione di "belle" fotografie: sta, invece, esercitando la capacità di vedere, vedere ora, vedere quello che c'è qui, adesso, durante la propria vita. Le sue immagini a volte disorientano, sembrano prive di interesse, inutili. Eppure sempre mostrano una ragione per osservarle. [...] L'accento non è sulla foto come prodotto, ma sulla fotografia come terapia per curare la disattenzione. La fotografia non è semplicemente vedere e registrare: l'occhio umano vede, la fotocamera registra altro. La fotografia vede in modo diverso dal sistema occhio-cervello: togliendo il tempo, e dando ad ogni punto della superficie la stessa importanza (cosa che la visione umana non può fare), la fotografia permette di analizzare ogni dettaglio, anche quello che dal vivo ci era sfuggito. Questa è una delle ragioni per cui si fotografa: per vedere le cose in un modo diverso, per sapere come le cose appaiono davanti ad un occhio meccanico e democratico. Shore analizza la sua fotografia, e scopre dettagli che gli risultavano invisibii al momento della ripresa. (vedere Blow-up).

Sempre di fotografia e visione si parla!

Fonti: Corriere; Huffingtonpost