Nan Goldin

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“Cerco sempre di infrangere quella finestra che ci separa dagli altri. Ho sempre voluto sapere cosa si provava a essere nel corpo di un altro. Ci ho provato con la macchina fotografica. Una delle stranezze degli esseri umani è che non possono vedere la propria faccia, forse per questo il riflesso di noi stessi nelle altre persone è fondamentale”. Nan Goldin

Nata a Washington il 12 settembre del 1953 da genitori ebrei, appartenenti alla piccola borghesia, Nan cresce a Boston, dove frequenta la School of the Museum of Fine Arts. La sua vita ben presto segnata dalla prematura scomparsa della sorella, diventa una ricerca sfrenata della verità, cruda e dolorosa.

La sua idea di memoria e la sua voglia di non dimenticare nessuno, la porta ad alimentare la passione per la fotografia. Così, mossa dall’esigenza di esprimersi e di evadere dalla rigidità del suo nucleo familiare, decide di ribellarsi e di creare un documento visivo di ricordi e momenti di intimità.

Nan Goldin - Enkster - Cultura fotografica

Un’artista dal cuore nero, un mix tra autodistruzione e arte, che non passa di certo inosservata, direbbe qualcuno.

Il suo sguardo dall’interno ha dato vita a un nuovo genere fotografico, ha scritto la giornalista statunitense Lynne Tillman: “Le sue immagini sono lo specchio di se stessa e del mondo in cui ha vissuto”.

Sullo sfondo dell’HIV, del sesso, delle droghe, Nan Goldin, ha scritto con la luce un diario segreto alla portata di tutti. Le sue immagini hanno raccontato momenti privati di amici e persone che frequentava, seguendoli nei bar, nelle camere da letto, nelle strade.

Nan Goldin - Enkster - Cultura fotografica

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Tra loro prostitute, travestiti, drogati, persone emarginate dalla società, ma tutte con un rapporto personale con la fotografa. Ha raccontato la nudità e il sesso, la droga e la sensualità, l’amore e la morte, la solitudine e le debolezze. Ha raccontato se stessa attraverso gli altri, attraverso i suoi amici, la sua famiglia, tirando fuori tutto ciò che per molti è considerato osceno o pericoloso.Ha toccato gli argomenti più scottanti con infinita empatia e delicatezza di chi conosce come se stesso il soggetto dei suoi scatti. Il suo sguardo interno si esprime con una oggettività fredda e drammatica che lascia intuire non solo complicità ma anche la sensibilità di un’artista geniale e tormentata.

Nan ritraeva un’intera generazione allo sbando, all’ombra di un occidente benestante e capitalista. Da protagonista di quella realtà, ne ha fotografato ogni limite disperato da cui pendeva la sua stessa esistenza.

I suoi sono gli occhi dell’americano della porta accanto che cresce, affronta diversi problemi, stringe amicizie, si innamora, si ammala, vive le perdite, beve, si droga, si rialza...

Nan Goldin - Enkster - Cultura fotografica
Nan Goldin - Enkster - Cultura fotografica

Stile irruente, diretto, a volte crudo, immagini sfocate, colori, hanno fatto si che Nan Goldin rappresentasse una vera e propria rottura con la precedente tradizione fotografica, quella degli anni Sessanta e Settanta, interessata sì, ai temi sociali e urbani, ma da una prospettiva differente, di sicuro meno biografica, in senso viscerale.

Le sue fotografie hanno il grande pregio di essere sempre sincere e fanno conoscere alle nuove generazioni che non lo hanno vissuto, quel periodo così tormentato, denso di speranze, grandi drammi e delusioni.

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La sua macchina fotografica ha regalato frammenti di immortalità, rendendo i suoi ricordi, una finestra su quegli anni mitici e devastanti. Ci ha trascinato in un inferno umano in cui malattia e decadenza regnano sovrani: ma quegli attimi immortali rimarranno per sempre nell’immaginario collettivo di ognuno di noi.

Una piccola beffa alla morte: Nan Goldin ci è riuscita.


Nan Goldin: The ballad of sexual dependency on Photographers Books