Oltre l'immagine

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Inizio con qualcosa di scontato che sa chiunque abbia scattato almeno una fotografia: la fotografia non può rappresentare direttamente quello che non si vede. Per rappresentare in una fotografia un concetto astratto come un sentimento, un’emozione, un’idea, come “l’idea di futuro”, serve trovare un artificio retorico.

Ma non si tratta di trovare un escamotage, un trucco o un effetto speciale per trovare il modo di rendere effettivamente visibile qualcosa che è di sua natura invisibile. E non si tratta neppure di mettere per forza in scena un’allegoria. Certo, l’allegoria è una via che è stata percorsa più volte dai pittori e dai fotografi in passato. Rappresentare un concetto attraverso un’immagine concreta può aiutare a trasmettere un messaggio a chi poi osserva l’immagine.

Un esempio è la Primavera di Botticelli, con le sue figure umane a rappresentare la stagione primaverile, il ritorno della vita, le varie sfumature dell’amore. Ma c’è anche un’altra via. Si tratta di sfruttare la caratteristica principale che distingue la fotografia dalle altre arti visive: i margini.

Il fotografo deve sempre fare i conti con i margini dell’inquadratura. A volte può decidere cosa mettere all’interno e cosa no. La maggior parte delle volte deve arrendersi: qualcosa rimarrà irrimediabilmente tagliato dall’inquadratura. Ma è proprio qui che inizia la parte più interessante.

Prendiamo un ritratto, ad esempio. Si può decidere di ritrarre una figura intera, solo un volto, a volte perfino un dettaglio: una mano. Di un soggetto si può raccontare ogni volta qualcosa di peculiare anche solo in base a quello che si decide di inserire nell’inquadratura.

Prendo ad esempio la copertina della “Person of the year 2017” di Time.

Ne ho letto giusto stamattina un bell’articolo di approfondimento sul blog di Michele Smargiassi: Fotocrazia. Nella foto di copertina di Time sono ritratte sei donne. E si capisce subito che hanno qualcosa in comune queste donne. Lo si capisce ad esempio da come sono vestite: sono ritratte tutte con un abiti scuri, sulle tonalità del nero o dell’antracite. Alcune di queste donne sono volti noti, altre no. Molti sapranno riconoscere la cantante Taylor Swift, fra queste. O l’attrice Ashley Judd.

Qualcuno, più informato e attento le collegherà agli scandali degli abusi sessuali di cui si è molto parlato nel 2017. Qualcuno capirà subito che si tratta di alcune delle Silence breakers, le donne che hanno deciso di denunciare gli abusi subiti. Ecco, ma se si osserva meglio quella copertina di Time, ci si accorge che le persone sono sei, ma solo di cinque si vede anche il volto. Una delle sei persone ritratte è tagliata dall’inquadratura.

C’è solo il gomito. Perché? Cosa rappresenta quel gomito? Di chi è? Non ti rispondo io, cerca la fotografia e poniti queste domande. Sono sicuro che con gli elementi che ti ho fornito saprai trovare la risposta (se vuoi, poi fammi sapere quello che hai intuito da quel gomito).

Ora, però mi interessa di più tornare ai margini, alla scelta consapevole dell’inquadratura per decidere cosa raccontare e cosa lasciare solo intuire all’osservatore. Provo a spiegartelo con la foto qui sotto.

L’ho realizzata per il calendario 2018 della Caritas diocesana di Adria-Rovigo. Come vedi è facile capire al primo sguardo che si tratta del ritratto di un medico.

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C’è il camice, c’è tutto quel bianco intorno. C’è quell’idea di pulizia e di asettico che danno le pareti bianche di uno studio medico. E poi c’è una bilancia, altro elemento comune in uno studio medico. Tutto appare così semplice, chiaro. L’inquadratura non taglia via niente, qui. Sembra che tutto quello che ci sia da vedere sia un medico seduto su una sedia, vicino a una bilancia. Ma prova a osservare meglio. Prova a farti qualche domanda. Non ti sembra strano che ci siano così pochi elementi? Dove sono il lettino, qualche armadietto, qualche mobile in più dell’ambulatorio? Perché c’è così poco qui dentro? Sono sicuro che se cominci a porti queste domande, indagando a partire dai margini fino al centro della fotografia comincerà a venirti il dubbio che forse questo non è solo il ritratto di un medico nel suo ambulatorio. Forse qui c’è qualcosa di più di quello che si vede. Che cosa? Per farti capire devo raccontarti un po’ come è nata l’idea di questo scatto. Ma prima un piccolissimo passo indietro.

Quando i ragazzi della Caritas diocesana di Adria-Rovigo mi hanno chiesto di realizzare il loro calendario 2018, ho pensato subito a dei ritratti minimali, che contenessero soltanto elementi essenziali per raccontare le persone che i ragazzi di Caritas mi avevano chiesto di fotografare. Il tema era l’idea di futuro. Un tema astratto, difficilissimo. Il futuro è un tema così impalpabile e sfuggente che è difficile raccontarlo con elementi concreti. Le stesse testimonianze raccolte dalle persone che ho fotografato, infatti, erano anch’esse ricche di elementi astratti, come i sentimenti, le speranze, la fede, gli ideali. Si trattava di tradurre questi elementi astratti in qualcosa di concreto: l’immagine fotografica.

Come fare? Ne ho parlato con Andrea Siviero, un amico che si occupa di scrittura ed è un appassionato di fotografia, e insieme abbiamo ragionato un po’ su come realizzare tecnicamente il progetto.

All’inizio di questo discorso ho detto che la fotografia mostra solo quello che si vede e per mostrare quello che non si vede serve trovare un artificio. In questo progetto, allora, ho pensato che per raccontare le persone ritratte, e per evocare in qualche modo la loro idea di futuro, dovevo lavorare su due aspetti:

1) il contrasto tra immagine e testo: ho letto le testimonianze scritte dalle persone che avrei dovuto fotografare, ho ascoltato quello che mi hanno raccontato delle loro vite. Sono tutte persone fortemente attive, impegnate ogni giorno a disegnare e realizzare la loro idea di futuro. Se avessi dovuto raccontarle esattamente per come si sono descritte avrei dovuto pensare a qualcosa di dinamico, magari ritrarle mentre fanno qualcosa di significativo rispetto alla testimonianza che avevano scritto. Invece ho pensato che la cosa migliore da fare fosse ritrarre tutto in maniera statica, più controllata. In questo modo avrei anche eliminato dall’inquadratura l’idea di “quello che fanno queste persone” e avrei messo al centro soprattutto “chi sono queste persone”. La posizione seduta è quella che trovo più adatta in questi casi, per restituire anche una posizione naturale, rilassata, e mi forniva anche un fil-rouge da seguire per i dodici scatti.

2) decidere cosa mettere all’interno dell’inquadratura. Pensare agli elementi. Ridurli al minimo per focalizzare meglio l’attenzione su di essi e sui soggetti ritratti. Tutto questo per stimolare delle domande. La curiosità dell’osservatore. Che cosa sto guardando? È solo un ritratto o c’è di più?

Torniamo alla fotografia del medico, adesso. Osserva la bilancia, prova a pensare a che cosa serve una bilancia. Be’ ti dico che è la prima cosa che ho notato quando sono entrato nell’ambulatorio, subito dopo aver stretto la mano a Lorenzo, il dottore ritratto qui, naturalmente. C’era questa bilancia, tutto questo bianco intorno. E avevo di fronte a me un medico. Ho parlato un po’ con lui, mi sono fatto raccontare un po’ la sua esperienza di medico in Caritas, quello che fa ogni giorno. E intanto non riuscivo a togliermi dalla testa quella bilancia. Mi chiedevo perché mi aveva colpito così tanto. Poi mi sono detto: Lorenzo, nella sua esperienza di medico, ha a che fare con persone diversissime le une dalle altre. Persone di differenti culture, religioni, estrazione sociale. E quello che fa, nella sua attività, è curare le persone senza dare alcun peso alle differenze.

La missione di un medico è quella di dare peso soltanto alla condizione di salute di un essere umano. Quando lavora non dà alcun peso a "chi è" quell’essere umano. Ecco cosa rappresenta la bilancia. Ma nella fotografia c’è anche un altro dettaglio importante: la direzione dello sguardo. Il dottore, qui, sta guardando verso la sua destra, da qualche parte fuori dall’inquadratura. Chi o cosa c’è da quella parte? A chi o cosa sorride? Osservando la foto non lo possiamo sapere. Quella risposta ci è negata. Però qui, in qualche modo si è messo in moto qualcosa: un’idea. Prova a pensare a qualcosa di astratto che abbiamo di fronte a noi ogni giorno della nostra vita, un qualcosa a cui di solito guardiamo con speranza. Ecco, quel qualcosa penso abbia a che fare con il tema del calendario di cui ti ho parlato poco fa.

Be’ ora concludo invitandoti a osservare sempre a fondo le fotografie. Non limitarti soltanto a “guardarle”. Prenditi qualche secondo in più per indagare i margini. Accarezza con il tuo sguardo tutti gli elementi compresi nell’inquadratura. Cerca di individuare i simboli, di porti delle domande, di mettere in relazione le immagini con i testi che a volte possono accompagnarle. Se avrai la curiosità di guardare, se avrai la voglia di lasciarti andare scoprirai quante cosa possa raccontare anche la fotografia più semplice e minimale. Scoprirai quante chiavi di lettura ci sono appena sotto lo strato superficiale del primo sguardo.

Il progetto che ho realizzato per il calendario della Caritas diocesana di Adria-Rovigo nasce con questa idea di voler guardare oltre, di non fermarsi al primo sguardo, di trovare la forza di andare in profondità nelle cose per comprenderle bene. Se sei curioso, se hai voglia di scoprire che cosa c’è all’interno delle immagini che ho realizzato in questo progetto, o sei semplicemente curioso di vederle, ti invito a osservare ogni dettaglio, chiederti il perché di quel ponte nella foto di settembre; domandarti che cosa rappresentano i treni nella fotografia di ottobre. E la sedia vuota su cui poggia la mano la ragazza ritratta nel mese di luglio? Avrai visto la fotografia che ho postato qui qualche giorno fa. Hai notato il quadro con la ballerina? E il giocattolo sotto il divano?

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Il calendario è disponibile presso il mio studio in via Oberdan 9, oppure presso la Caritas diocesana in via Sichirollo 58, a Rovigo.

Testo a cura di Giulio Cesare Grandi e Andrea Siviero Fotografia a cura di Giulio Cesare Grandi