Phillip Toledano: Maybe

«La fotografia si occupa sempre del passato. Questo progetto si occupa del futuro, ma come si può ricercare quello che non è ancora successo?» Questo il concetto alla base della ricerca di Phillip Toledano che indaga sul suo possibile futuro.

Davanti alla fotocamera ingrassa, invecchia, muore, fa scorrere velocemente le possibilità che si offrono alla sua vita, ma che ancora non si sono potute sviluppare. È un viaggio irreale pieno di realismo, quello che porta l'autore ad anticipare quanto potrebbe accadergli. Nello stesso tempo è un'indagine sulla fotografia, cui la maggior parte di noi affida i momenti importanti della propria vita che, nell'istante stesso in cui l'otturatore della fotocamera scatta, appartengono già al passato.

Questo progetto è solo l’ultimo tassello di un percorso personale e artistico che Toledano ha intrapreso dal 2006 con Days with my father e When I was six, progetti legati alla morte dei genitori e della sorella, in cui riflette sul rapporto con la sua famiglia, con la malattia, elaborando questioni irrisolte con se stesso.

Dopo avere perso la famiglia d’origine, oggi Toledano ne ha una nuova, con sua moglie e la loro figlia. Ma all’elaborazione del lutto ora sostituisce la paura del futuro, che diventa l’idea di base per Maybe.

“Quando mia madre morì all’improvviso nel 2006, tutto cambiò. Mi chiedevo quali altri repentini e oscuri cambiamenti mi attendessero. Piuttosto che aspettare impotente il mio futuro, decisi di affrontare le mie paure. Avrei provato a indovinare quali direzioni improvvise e impreviste la mia vita avrebbe potuto prendere.

Ho vissuto gran parte della mia vita in un dorato bagliore di amore e agio. Sono stato fortunato sotto più aspetti di quanto la gente possa immaginare. E c’era, intrecciata a questo iridescente sogno ad occhi aperti, l’illusione del controllo. La sensazione rassicurante di avere le mani sul timone, guidando sempre avanti, verso un futuro certo e luminoso.

Quando morì mia madre, nel 2006, cambiò tutto. Pensavo che i genitori fossero eterni, ma alla scomparsa dei miei mi resi conto che niente lo è veramente. Una cosa ovvia per molti, forse, ma non per me. Il futuro diventò un paesaggio spaventoso, poco illuminato, pieno di sentieri incerti e tempeste catastrofiche. Mi chiesi: quali altre svolte buie e improvvise si snodano da qui in avanti? Invece che aspettare impotente il futuro, decisi di affrontare le mie paure.

Avrei provato ad anticipare il mio destino, a indovinare le pieghe impreviste che avrebbe potuto prendere la mia vita.

Mi sarei immaginato come un anziano. Mi sarei figurato nel fallimento e nella solitudine.

Sarei diventato invisibile. Incapace di camminare. Obeso. Avrei avuto un infarto e mi sarei smarrito. Sarei finito ai margini, nel dimenticatoio. Avrei previsto la mia stessa morte.

La fotografia parla sempre del passato. Il momento in cui si scatta una foto è sempre alle nostre spalle. Questo è un progetto sul futuro; ma come indagare qualcosa che non è ancora successo? Ho fatto un test del DNA, che mi ha mostrato quali sono le malattie che ho più probabilità di contrarre. Ho parlato con veggenti, chiromanti, ipnotizzatori, numerologi e cartomanti. Ho esaminato le statistiche delle compagnie assicurative. Ho guardato dentro le mie paure più grandi. Ho lavorato con un navigato esperto di protesi, per diventare fisicamente il futuro me stesso. Ho preso lezioni di recitazione. Ho imparato a muovermi come un uomo di novant’anni. Come entrare in un personaggio. Guidato da questa ricerca ho realizzato le immagini. Ed è successo qualcosa di straordinario: il lavoro si è trasformato. Da arte a esorcismo".

Fonte: Interazione, Fpmagazine