Museum swimming

NEW YORK, NOV. 14 Viewing David Hockney’s “Portrait of an Artist (Pool With Two Figures)” at Christie’s, where it fetched a record price for a work by a living artist.  Karsten Moran for The New York Times

NEW YORK, NOV. 14 Viewing David Hockney’s “Portrait of an Artist (Pool With Two Figures)” at Christie’s, where it fetched a record price for a work by a living artist.

Karsten Moran for The New York Times

Quando una macchina fotografica entra in un museo o in una galleria d’arte ti sembra sempre che possa accadere qualcosa di speciale. Così è naturale che quando ti imbatti in una fotografia scattata in questi luoghi ti fermi un attimo. Come in questo caso.

Certo, lo scatto non è quello che si definirebbe eccezionale. È uno scatto ordinario, anche un poco didascalico quando si conosce il contesto. Il contesto è un’asta di Christie’s e il quadro è un’opera di David Hockney intitolata Portrait of an Artist (Pool with two figures). È stata battuta all’asta per 90,3 milioni di dollari. Record per un’opera realizzata da un artista vivente. Ma a te questo interessa poco, quello che ti interessa è capire perché questo scatto ti ha colpito. Come tutte le fotografie che ti parlano, questo scatto – sì semplice, molto controllato – ti ha fatto venire in mente qualcos’altro.

La prima cosa che ti viene in mente è un racconto di John Cheever. Nel racconto c’è un uomo che decide di tornare alla sua villa attraversando una prestigiosa zona residenziale nuotando di piscina in piscina. Il nuotatore, s’intitola, ed è uno dei migliori dello scrittore americano. Adesso, guardando il quadro ti dici che sì, ti ricorda il nuotatore di Cheever, ma non per il nuotatore o la piscina, ma per quel senso di sconfitta che pervade il racconto, quel senso di sconfitta che ti sembra di ritrovare anche qui. Ti sembra che l’uomo che adesso è sott’acqua, l’uomo che è ancora protetto nella sua bolla azzurra (una zona franca, una bolla di purezza assoluta), l’uomo che sta per emergere e incontrare lo sguardo dell’uomo in piedi a bordo piscina, stia per essere accolto da una terribile notizia.

Più guardi lo scatto di Karsten Moran, però, più ti rendi conto che quello che ti ha colpito davvero non sono le figure ritratte dal pittore inglese. È la donna in primo piano, di spalle, che ha catturato la tua attenzione.

Al primo sguardo, quella presenza è quanto di più didascalico possa offrire la fotografia. Quella donna è lì per dire: «Ehi siamo a una mostra, e questo quadro ha un significato particolare per quella mostra». Certo, è vero: la fotografia assolve quel compito, ma è altrettanto vero che in qualche modo la presenza di quella donna significa qualcosa di più. Per te naturalmente: ti rendi ben conto che non è una cosa che ha valore universale, ma come il quadro di Hockney ti porta a Cheever, la donna ti porta a qualcosa che riguarda la tua passione per le fotografie scattate nei musei.

La donna, anzi, nello specifico: la posizione dei suoi piedi, quella posizione che suggerisce il movimento verso l’opera del pittore inglese, ti fa notare l’involontaria cornice grigia che circonda il quadro. Come il nuotatore è osservato dall’uomo a bordo piscina, la donna, dal suo bordo-quadro, si sporge verso la scena nel vano tentativo di entrare in sintonia con le figure ritratte. Poi ci sei tu, l’ultimo spettatore, che da qui fuori, da un’altra cornice, quella che circonda la fotografia di Karsten Moran, ti sporgi verso questa scena e pensi a una cosa che definiresti slittamento. È questo quello che ti cattura sempre nelle fotografie scattate nei musei. Tu guardi la fotografia di una persona che guarda un’opera d’arte e sei anche tu quella persona nella misura in cui una parte di te è attratta dall’opera d’arte. Ma allo stesso tempo quello che ti colpisce è il nuovo quadro che si viene a generare. L’opera rimane lì, con la sua certezza assodata di opera d’arte, e la figura che la osserva, vista da quest’altra cornice, diventa anch’essa parte di un’opera: un’opera del tutto nuova. Ecco, questo discorso si fa più evidente con certe fotografie di Elliott Erwitt. Forse, ti dici, è proprio sfogliando le pagine del suo Museum watching che hai cominciato a notare questo fatto curioso che accade quando una macchina fotografica (e un fotografo) entrano in un museo: l’opera d’arte resta opera d’arte, e l’uomo e la donna che la osservano diventano opera con essa.

Elliott Erwitt, Museo del Prado, 1995.

Elliott Erwitt, Museo del Prado, 1995.

Testo a cura di Andrea Siviero

 

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