Sarah Moon

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“Ogni fotografia è l’ultimo testimone, se non l’ultima testimonianza di un momento che altrimenti sarebbe perduto per sempre; è il senso della perdita e del tempo che passa...”

Marielle Hadengue detta Sarah Moon, nasce nell’Europa della seconda guerra mondiale. A causa della guerra è costretta a trasferirsi con la sua famiglia in Inghilterra. Questo clima di non serenità vissuto nell’infanzia è un forte elemento che influenzerà e si riletterà nel suo stile malinconico. Negli anni 60’ Sarah è una ventenne invidiatissima, vive a Londra, città all’avanguardia, capitale indiscussa della moda, delle tendenze, della nuova musica, dei figli dei fiori... ed è qui che diventa ben presto uno dei nuovi volti della moda.

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Insoddisfatta di quella che è la sua vita, sente il bisogno di distaccarsene e di intraprendere una via che le permetterebbe di non essere parte di uno scenario triste, ma regista di un film di fantasia.

Tenera e forte, tenace e fragile, figura oscillante sull’altalena dell’esistenza, muove le onde dei ricordi, le ferite del passato, i pensieri del presente, per dare una definizione alla vita, una risposta alle domande insolute, una luce alle ombre.

Sarah decide così di catapultarsi dall’altra parte dell’obiettivo, iniziando dunque una nuova vita da fotografa, legata al campo della moda si, ma orientata al mondo pop o optical: uno stile profondamente diverso che diventerà presto inconfondibile. Sarah Moon sceglie di dare della donna una visione irraggiungibile, fantasmatica, malinconica, spesso non perfettamente definita nei contorni.

In studio ricrea scene e immagini oniriche, lontane come memorie.

Colloca le sue fantasie in uno spazio-tempo irreale, come se il suo intento fosse quello di annullare la realtà di ciò che ha di fronte per ricrearla in una zona d’ombra senza confini. Sin dalle prime prove sembra rileggere l’universo glamour e prestigioso del mondo fashion in una chiave nuova e misteriosa, giocata sulla composizione e sulle pose languide e decadenti delle modelle, sulle atmosfere silenziose e lontane che incorniciano corpi ed abiti e che richiamano la grazia e l’eleganza malinconica.

sarah moon-enkster-cultura fotografica
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Le sue donne sembrano uscite dalla sequenza di un film muto, non sono mai sorridenti ed esprimono uno struggimento, un languore di fondo che i contorni sfumati, i colori a volte sovrapposti e fusi tra loro accentuano incredibilmente.

Sarah sente la fotografia come una possibilità di mettere in scena, di raccontare una storia con immagini, mai situate con precisione e che tuttavia parlino, che evochino ciò che è successo prima e ciò che succederà dopo. Nel corso degli anni la sua fotografia diventa sempre più ricercata e sofistica, è lei stessa a dichiarare più volte che vuole ritrarre l’inconscio, di non sapere esattamente cosa fotograferà, perché quello che cerca di fermare sulla pellicola è la pura emozione di un momento che è impossibile prevedere.

sarah moon-enkster-cultura fotografica
sarah moon-enkster-cultura fotografica

Non c’è niente di più bello che fotografare una donna affascinante. Eppure, quando dietro la macchina fotografica c’è un occhio femminile, la bellezza sembra passare in secondo piano: lo sguardo si fa spesso più cupo ed emerge una visione tormentata di se stesse e della corporeità. Il prezzo dell’avvenenza sembra essere il dolore e le donne passate dall’altro lato dell’obiettivo, paiono, con le dovute eccezioni, più interessate a rappresentare le profondità dell’animo che le grazie del corpo.


Sarah Moon: Now and Then