Pêcheurs de Rêves: Stephanie Gengotti

Mac, cuffie e qualche strana nozione su quella cosa stramba che tutti chiamano Seo. Il solito quadretto della sera.

Qui in cucina la sera si sta da Dio...la luce soffusa fa il suo fottuto effetto.

E poi come fosse l'ave maria tutto si ripete.

Mia nonna seduta qui, di fronte a me, che scruta con attenzione ogni movimento delle mie dita che con veloce pressione sulla tastiera, cercano sfrontatamente di buttare giù due righe che insieme possano avere un senso, poi quell'ultimo tiro alla sigaretta che ormai da qualche minuto fuma lenta tra le sue dita.... e mio padre che sento, da su, accordare due o tre note stonate di chitarra di qualche strano arpeggio mentre la mamma dorme.

Chiudo gli occhi, sospiro.

È il momento della ninna ninna che normalmente concilio con qualche click sul solito magazine, il mio preferito.

E finisce che sei fottuto.

Guardi quella foto, poi la riguardi, fai la stessa cosa una ventina di volte. Esci, poi rientri, la fissi. Ti senti rapito. Che succede? Ehi, c'è nessuno? Ma dove sono?...

Il fiato si allunga mentre silenziosamente, nel rumore dei pensieri e di una traccia capitata per caso, percorri la solita strada... la stessa di ogni giorno, quella che riesci a fare tranquillamente ad occhi chiusi.

Immagini tutto per com'è.

La casa sta sempre lì e insieme a lei tutto quel cielo immenso e le altre casette di campagna. Ad incorniciarli le persone di sempre e tutte quelle cosine messe allo stesso posto di ogni santo giorno da anni. Vedi il mare, le nuvole, i cani, gli uccellini.

È così.

Passi tanto di quel tempo a camminare, veloce, come un burattino, senza accorgerti che lì, davanti alle solite cose, c'è qualcosa di straordinario.

E magari quel qualcosa di straordinario è un camioncino bianco, giallo, verde o blu, vecchio o nuovo, vintage, con qualche strana bandierina, americana, cinese, spagnola, con qualche storia da raccontare e una serie di cianfrusaglie buttate per terra, sdraio aperte, libri e polaroid, giochi ingialliti ma funzionanti, altoparlanti di ultima generazione, tappeti, e mentre lo fissi scopri che dalla finestrella si può sbirciare qualche mobile incasinato di cose che non trovano spazio, piatti da lavare, tazzine di caffè bollente e poi uno, due, tre... wow! Una famiglia intera, bianca, molto bianca. Saranno norvegesi, magari mi avvicino, chiedo... O forse non è così importante!

Cari amici...il progetto che ho appena visto mi ha riempito il cuore di rabbia e di invidia, per il semplice motivo che avrei voluto scattare io queste foto.

E sapete qual è la cosa che mi fa più rabbia? La pigrizia, si, la convinzione di essere perseguitati da quell'idea di tempo stretto, la vergogna di chiedere, la paura di conoscere e socializzare, di immergersi nella vita di qualcun'altro, la presunzione di pensare troppo in grande, la disgrazia di non sentire emozioni a portata di mano.

E allora sprofondi giù... ti rendi conto che questa donna ha visto qualcosa che da anni ti si prostra davanti come un regalo divino. E tu stai li, ad un palmo di mano, tanto vicina che potresti raggiungere quel mondo straordinario in pantofole e con un vecchio pigiama di pile, e invece non trovi il coraggio.

Grazie Stephanie Gengotti per averci e per avermi regalato questo lavoro straordinario "Les Pêcheurs de Rêves".

Te ne sono grata!

Loro sono Les Pêcheurs de Rêves, i pescatori dei sogni.

Un piccolo circo di famiglia composto da un duo, marito e moglie, Vincent e Florence, e dai loro figli. Vivono in una casa piccola e con le ruote. Sono anime buone e felici, anche un pò coraggiose e riescono a conservare la vicinanza ad un mondo che sfortunatamente, spesso, dimentichiamo...