Il dolore non è un privilegio: Ilaria Sagarìa

“Io, come tante, cancellate dalla vita, vorrei ritrovare dita capaci di imparare il profilo devastato della mia pelle, capaci di intrecciarmi i capelli, capaci di contare ogni nodosità di questo corpo e misurare tutto lo spazio vuoto del mio volto negato.”

"Il dolore non è un privilegio" di Ilaria Sagarìa, fotografa di Palomonte, è un progetto che vogliamo mostrarvi in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

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Ilaria racconta del dramma psicologico che devono affrontare le donne colpite dall’acido. Questo tipo di aggressione viene chiamata “vitriolage” perché nella stragrande maggioranza dei casi l’acido utilizzato è il vetriolo. Queste donne subiscono una tortura che è terribile anche soltanto immaginare: vengono colpite con getti d'acido corrosivo sulla pelle del viso, vengono accecate, rese sorde, annientate. Colpevoli sono i mariti, i padri, i fratelli, talvolta persino altre donne, corrotte e/o assimilate alla crudeltà dei loro maschi. Questo accade alle ragazze e alle donne che osano rifiutare di fidanzarsi o sposarsi, magari perché la loro dote non è considerata sufficiente dalla famiglia del marito, perché hanno interrotto una relazione o anche soltanto per invidia o cattiveria. Il volto sfregiato è solo una parte visibile del calvario che queste donne devono affrontare: oltre alla brutalità dell’evidenza causata da un gesto inumano, al dolore insopportabile, alle operazioni chirurgiche, ai segni e alle cicatrici, c’è il trauma psicologico da affrontare, l’incapacità di riconoscersi, la depressione e l’isolamento.

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Attraverso le mie fotografie mi sono soffermata sulla dimensione psicologica, sul concetto di vuoto, di memoria e identità. Molte donne nella fase iniziale della convalescenza non possono esporsi in alcun modo alla luce del sole, poiché i raggi ultravioletti causerebbero ulteriori danni alla pelle già devastata. Sono costrette così a passare lunghissimi periodi chiuse dentro casa e anche quando potrebbero uscire all’aperto, molte di loro non hanno il coraggio di mostrarsi in pubblico, poiché non si sentono pronte ad affrontare lo sguardo della gente. Dentro casa molte di loro tolgono gli specchi e le loro fotografie, eliminano qualsiasi cosa che possa mostrare quello che erano prima e quello che sono ora. Diventano prigioniere di una casa privata di memoria e identità, dove lo spazio e il tempo sembrano congelarsi, perché loro stesse sono state private del loro passato, presente e futuro. Mi sono chiesta cosa volesse dire passare intere giornate chiusa dentro casa, aggirarsi tra le stanze come un fantasma mentre sei costretta a fare i conti con il tuo nuovo aspetto e ad accettare il fatto che sarà quello il tuo nuovo volto per tutto il resto della tua vita. Quando un volto viene deturpato è la stessa memoria del proprio corpo a perdersi, è la stessa vita ad essere cancellata. La nostra faccia è la nostra identità, racconta quello che siamo, la nostra storia e la nostra esistenza.

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Che cosa diventa una persona quando perde la sua reale identità?

Cosa rimane di lei, se rimane solo il vuoto del suo volto negato?