Vivian Maier: una fotografa ritrovata

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Dobbiamo lasciare spazio a coloro che verranno dopo di noi. È una ruota, si sale e si arriva fino alla fine, poi qualcuno prende il tuo posto e qualcun altro ancora il posto di chi lo ha preceduto e così via. Non c’è niente di nuovo sotto il sole. Vivian Maier

Si chiamava Vivian Maier, e se il nome non vi dice niente, la cosa è abbastanza normale. Nella vita faceva la tata, lo stesso mestiere di sua madre e di sua nonna: lo faceva per le famiglie upper class di Chicago, e lo faceva bene, con limitato entusiasmo, pare, ma con inflessibile diligenza. Una cosa che tutti ricordano di lei è che accatastava oggetti, fogli, giornali, e la sua stanza era una specie di granaio della memoria, immaginato per chissà quali inverni dell’oblio. Collezionava mondo, si direbbe. L’altra cosa che tutti ammettono è che sì, in effetti, girava sempre con una macchina fotografica, le piaceva scattare foto, era quasi una mania: ma certo, da lì a immaginare quel che sarebbe successo…

vivian maier- blog di fotografia- enkster

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Le sue fotografie, molte in bianco e nero ma altre di un colore intenso ed usato con intelligenza, rivelano una capacità rapida di fermare particolari interessanti a volte con tenerezza e partecipazione, altre con un certo sarcasmo acido, altre ancora con sorpresa per l'armonia delle forme. Informata sempre di tutto, avida lettrice del New York Times e frequentatrice assidua delle sale cinematografiche, Vivian nelle sue immagini dimostra un gusto attento e uno sguardo allenato. Ogni cosa attrae la sua attenzione; scatta molto, intensamente e spesso. La fotografia è per lei una sorta di diario privato che non smetterà di realizzare fanno ai settant'anni. Laddove possibile, cerca anche di sviluppare e stampare le sue immagini. Ma se molti rulli sono rimasti non sviluppati, lei li ha comunque raccolti e conservati in scatole, poi in casse e poi nei depositi sparsi nella città.

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Alla sua morte, il 21 Aprile 2009, lascia dietro di sé scatole e scatole di giornali e mille altre cose, labili tracce da ricomporre, centinaia di fotografie che nessuno aveva mai visto e tracce di vita che ancora dovevano essere fino in fondo scoperte e comprese. Un giorno del 2007, John Maloof, agente immobiliare di Chicago e appassionato di storia della propria città, si ritrova a una vendita all'asta e compra per 380 dollari il contenuto di un deposito appartenuto a una donna. Tra le varie cose rinviene una cassa con centinaia di negativi e rullini ancora da sviluppare. Maloof nel tentativo di saperne di più e di rimettere insieme i tasselli della vita di questa straordinaria fotografa, inizia a stimolare l'interesse del mondo della fotografia verso questa faccenda pubblicando su flickr un'ampia selezione delle immagini di Vivian, che verranno osservate, studiate, selezionate e raccolte in un libro di successo, incorniciate e organizzate in mostre che gireranno il mondo.

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Oggi con i social media, siamo in grado di produrre immagini e con un semplice click di proiettarle in tutto il mondo. La fotografia è la prova massima di esistenza, e di fronte al talento di Vivian Maier e al suo desiderio di tenere per sé la propria attività di fotografa come una questione privata, restiamo smarriti e affascinati. Così, guardando le sue fotografie siamo noi che cerchiamo di completare le informazioni che abbiamo sulla sua vita; cerchiamo di indovinare se è stata facile, se era angosciata, se il suo sguardo duro fosse la testimonianza di una vita difficile o non solo la concentrazione del momento. Se era Vivian a scattare, siamo noi ora a fare il resto; a colmare, più o meno arbitrariamente, di vita e di significati quelle immagini nate e conservate gelosamente dalla sua autrice, accumulate perché potessero preservare la sua vita esattamente come lei la stava vivendo. Da sola.


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